Al centro della fede Smarta c'è una lettura del Vedanta spesso chiamata Advaita — una posizione metafisica non duale che identifica il sé individuale (ātman) con la realtà ultima (Brahman). I sostenitori affermano che Brahman è l'unico substrato immutabile dell'esistenza e che la pluralità empirica è un gioco di māyā (illusione o apparente manifestazione). Dal punto di vista Smarta, questo non è semplicemente una metafisica astrusa: forma la chiave interpretativa attraverso cui si comprendono le immagini dei templi, le storie sacre e i molti dei del pantheon indù. Il locus classicus di queste idee è il corpus Upanishadico; i commentatori centrali della tradizione includono il Mandukya Kārikā e i principali bhāṣya attribuiti alla figura nota come Adi Shankara.
La visione del mondo Smarta ha diversi componenti interconnessi. Uno è l'ontologia: l'affermazione che solo Brahman è ultimamente reale mentre il mondo dei nomi e delle forme è relativamente reale e transitorio. Un secondo è l'antropologia e la soteriologia: la condizione umana è l'ignoranza (avidyā) della propria vera identità con Brahman; la liberazione (mokṣa) è la conoscenza diretta e liberatoria (jñāna) attraverso cui l'ignoranza viene dissipata. Un terzo è la prassi: sebbene la liberazione sia principalmente realizzata attraverso la conoscenza, i Smarta consentono rituali, devozione e vita etica come mezzi preparatori o di supporto. Così, la teologia Smarta accoglie sia il jñāna-yoga (il cammino della conoscenza) sia le pratiche basate sul culto.
Una caratteristica distintiva dei Smarta è l'inclusivismo teologico. Dove alcune tradizioni indù privilegiano una singola divinità (ad esempio, il focus Vaishnava su Viṣṇu o il focus Śaiva su Śiva), lo schema Smarta preserva intenzionalmente una pluralità di forme devozionali sotto un ombrello interpretativo. Un'espressione istituzionale concreta di questo è la panchayatana puja — il raggruppamento canonico, in molte famiglie e templi Smarta, di cinque divinità (comunemente Śiva, Viṣṇu, Devī, Sūrya e Gaṇeśa). I sostenitori interpretano queste divinità come forme personali distinte ma, in ultima analisi, non diverse da Brahman. Questa posizione teologica crea una tensione — e un punto di confronto — con le sette teistiche che insistono su una supremazia metafisica di un dio personale; i Smarta invece propongono che i teismi personali siano modi in cui la mente umana si avvicina a un assoluto impersonale.
All'interno di questo ampio quadro Advaitico esiste una significativa diversità dottrinale e pratica. Alcuni Smarta pongono maggiore enfasi sullo studio delle scritture vedantiche classiche, privilegiando l'apprendimento del sanscrito e l'esegesi formale; altri enfatizzano le pratiche devozionali e le usanze locali dei templi, a volte mescolando interpretazioni Smarta con tradizioni bhakti regionali. Un ulteriore differenziazione interna riguarda l'interpretazione di māyā e avidyā: mentre l'Advaita classica tratta questi concetti come categorie metafisiche che spiegano la realtà empirica, alcuni interpreti moderni — influenzati dalla filosofia moderna e dagli scambi interculturali — offrono letture psicologiche o etiche degli stessi termini.
L'autorità scritturale nel mondo Smarta è plurale: la Shruti (i Veda e le Upanishad) occupa il primo posto, seguita dai Brahma Sūtra come testo aforistico organizzativo; la letteratura Smṛti (leggi e codici rituali), i Purāṇa e le epiche (il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa) sono utilizzati per l'istruzione devozionale, etica e rituale. I commentari di Adi Shankara (il Brahma Sūtra Bhāṣya, il Gītā Bhāṣya e i commentari su importanti Upanishad) occupano un posto centrale: i sostenitori tendono a leggere le fonti primarie attraverso la lente di questi bhāṣya, trattando le interpretazioni di Shankara come autorevoli per l'esegesi Advaitica.
Sebbene la non dualità sia il nucleo intellettuale, l'etica Smarta è pratica e centrata sulla vita domestica. La tradizione afferma i doveri cardinali (dharma) appropriati ai propri ruoli sociali (svadharma), prescrive i rituali del ciclo di vita (saṃskāras) che segnano la nascita, l'iniziazione (upanayana), il matrimonio e la morte, e incoraggia atti di ospitalità, donazione (dāna) e rituali comunitari. La condotta etica è sia strumentale (creando condizioni favorevoli per l'indagine) sia costitutiva (un'espressione di vivere in accordo con il dharma).
L'impegno Smarta con le pratiche devozionali produce una tensione comparativa con i movimenti che enfatizzano un dio personale come unico mezzo di liberazione. Il Viśiṣṭādvaita di Ramanuja e il Dvaita di Madhva, ad esempio, pongono alternative teologiche che sottolineano la relazione eternamente distinta tra ātman e Īśvara (Dio). I Smarta rispondono a queste posizioni interpretando la resa devozionale (bhakti) come un mezzo valido e potente, ma che alla fine porta alla realizzazione non duale che il vero sé del devoto non è altro che Brahman.
Un altro punto comparativo significativo riguarda il posto delle immagini e del rituale. Mentre alcuni movimenti riformisti nei secoli XIX e XX — ad esempio, l'Arya Samaj — hanno rifiutato il culto delle immagini come non vedico, i Smarta sostengono la puja basata sulle immagini come un modo ortodosso e pedagogicamente prezioso per avvicinarsi a Brahman. I Smarta mostrano quindi una generosità ermeneutica: leggono materiali iconici, narrativi e rituali in un contesto filosofico che preserva sia la devozione che l'unità metafisica.
Su questioni tecniche metafisiche, i sostenitori e gli studiosi a volte non sono d'accordo. La dottrina Smarta/Advaita del vivarta-vāda (trasformazione apparente) — l'affermazione che il mondo è una trasformazione apparente di Brahman piuttosto che una reale modifica ontologica — è un esempio classico. Alcuni Vedantini successivi e scuole rivali sostengono il pariṇāma (trasformazione reale) o il dualismo; tali dibattiti sono ben documentati nella letteratura polemica sanscrita medievale e rimangono oggetto di analisi accademica.
Infine, la modernità introduce nuove pressioni interpretative. Alcuni Smarta contemporanei leggono l'Advaita in termini umanisti, laici o interreligiosi; altri mantengono l'esegesi tradizionale in sanscrito. Gli insegnanti neo-Advaita del XX e XXI secolo hanno popolarizzato un messaggio non duale semplificato in contesti globali; mentre sono correlati all'Advaita classica, tali movimenti sono distinti dalla tradizione Smarta istituzionale e rituale. Così, la visione del mondo Smarta oggi è sia filosoficamente radicata che dinamicamente interpretativa, negoziando tra testi antichi, tradizioni commentariali medievali e correnti intellettuali contemporanee.
